Aisem: “Si rischia il fermo della produzione per alcune aziende. È necessario garantire tempi più adeguati e strumenti efficaci di supporto formativo”
A partire dal 19 maggio dovranno essere formati, secondo quanto prevede l’Accordo Stato-Regioni 2025 (ASR 2025), anche gli operatori di carriponte in Italia, una categoria professionale che conta oltre mezzo milione di addetti. Senza tale formazione, prevista da specifiche normative, non sarà possibile svolgere la professione. Per inciso, la data del 19 maggio viene indicata dal Ministero del Lavoro sul proprio sito web, sebbene in base alla data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’ASR 2025 l’adempimento scatti – di fatto – dal 25 maggio. Una discrasia di date che crea incertezza tra gli operatori su un tema, quello della sicurezza, su cui incertezze interpretative non devono esistere.
Prima dell’introduzione del nuovo Accordo, la formazione sull’uso di attrezzature quali i carriponte era già richiesta dal Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro (D.Lgs. n. 81/2008), ma la scelta del percorso formativo restava a discrezione del datore di lavoro. Con l’c, invece, il carroponte è stato inserito nell’elenco delle attrezzature da lavoro per le quali è obbligatoria una formazione specifica, standardizzata e predefinita, – sia nei contenuti sia nel monte ore – così come già avviene, ad esempio, per i carrelli elevatori.
Tuttavia, si evidenziano significative criticità nell’applicazione pratica dell’ASR 2025. I tempi concessi per l’adeguamento sono risultati troppo ristretti rispetto alla vastità della platea coinvolta. Secondo le stime di Aisem, Associazione italiana sistemi di sollevamento, elevazione e movimentazione federata Anima Confindustria, ad oggi sono operativi oltre 150.000 carriponte in Italia, ognuno dei quali viene azionato e manovrato da diversi operatori all’interno dell’azienda.
Questo comporta un paradosso di difficile gestione: per legge, infatti, tutti i carriponte utilizzati da operatori sprovvisti di adeguata formazione, vale a dire in linea con quanto prevede l’ASR 2025, dovrebbero essere fermati, con pesanti ripercussioni operative per molte aziende.
Il presidente di Aisem, Massimiliano Bariola, commenta: «L’introduzione dell’obbligo del patentino per i carropontisti evidenzia controversie normative e istituzionali. La distinzione tra la formazione precedentemente prevista e l’attuale obbligatorietà, con standard fissati da accordi interistituzionali, genera incertezza e difficoltà interpretative per le imprese. Va inoltre considerato che alcune aziende potrebbero ancora non essere a conoscenza di tale novità, considerati i tempi ristretti intercorsi tra la comunicazione dell’obbligatorietà e l’entrata in vigore della norma. Considerato il grande numero di operatori coinvolti - prosegue Bariola - Aisem aveva chiesto alle istituzioni almeno cinque anni per completare i percorsi di formazione, senza però che la richiesta sia stata accolta. È dunque necessario che le autorità competenti collaborino per garantire tempi più adeguati e strumenti efficaci di supporto formativo, al fine di conciliare sicurezza e continuità produttiva».
Matteo Frigo, capogruppo sollevamento all’interno di Aisem, sottolinea: «Le difficoltà operative nella realizzazione della formazione obbligatoria sono evidenti e condivise dagli operatori stessi. Si corre inoltre il rischio concreto che vengano organizzati corsi di formazione ridotti o mal strutturati, che non rispettano il corretto percorso formativo richiesto. Ricordiamo che Aisem e le aziende associate sono enti formatori accreditati, nel pieno rispetto di quanto previsto dall’accordo Stato-Regioni. In questo momento, serve un dialogo aperto tra enti regolatori, aziende e associazioni di categoria per evitare che una misura pensata per tutelare la sicurezza possa trasformarsi in un ostacolo per la regolare attività lavorativa. Aisem continuerà a monitorare con attenzione l’evolversi della situazione, confermando il proprio impegno nel rispetto delle norme di sicurezza e delle esigenze di sviluppo industriale».
AISEM è l’Associazione federata Anima che riunisce la migliore imprenditoria nazionale per la costruzione e la distribuzione delle macchine per la movimentazione, l’elevazione e il sollevamento dei materiali. Rappresenta oltre l’80% dell’intera produzione nazionale, di cui circa il 40% destinata all’export.
ANIMA Confindustria è l'organizzazione industriale di categoria che, all’interno di Confindustria, rappresenta le aziende della meccanica varia e affine, un settore che occupa 224.000 addetti per un fatturato di 59,1 miliardi di euro e una quota export/fatturato di circa il 60% nel 2025 (previsioni Ufficio Studi Anima 2025). I macrosettori rappresentati da ANIMA sono: edilizia e infrastrutture; movimentazione e logistica; produzione alimentare; produzione di energia; produzione industriale; sicurezza e ambiente.
Export siderurgico, i primi dieci poli valgono 6,9 miliardi di euro
Nel primo semestre 2026 le esportazioni dei principali distretti siderurgici crescono dell’1,9%. Import in calo del 9,2% La siderurgia italiana tiene sui mercati esteri, ma con velocità molto diverse tra territori. Nel primo semestre 2026 le esportazioni in valore di prodotti della siderurgia, tubi e altri prodotti della prima trasformazione dell’acciaio dei primi dieci poli siderurgici italiani hanno sfiorato i 6,9 miliardi di euro, contro i 6,7 miliardi dello stesso periodo del 2025, segnando una crescita dell’1,9%.Il dato dei primi dieci poli risulta più dinamico rispetto all’andamento complessivo delle esportazioni: in totale sono calate dello 0,1% in valore nel semestre, a fronte di un incremento dello 0,2% in quantità. Una leggera diminuzione, spiega l’Ufficio Studi siderweb, dovuta alla riduzione dei prezzi di vendita.La classifica conferma al vertice Brescia. Udine mantiene la seconda posizione e Cremona la terza. La graduatoria registra però movimenti significativi: Milano guadagna due posizioni, Reggio Emilia ne guadagna una, mentre Bergamo perde due posizioni e Lecco una.Brescia rafforza la leadership. Milano saleIl polo bresciano si conferma il principale polo siderurgico italiano per valore dell’export e registra una crescita del 7,1%. L’aumento consente a Brescia di ampliare il vantaggio su Udine: il differenziale tra i primi due poli passa da 74,7 a 96,5 milioni di euro.Udine mantiene la seconda posizione con un incremento dell’export del 5,3%. È però Cremona a registrare la crescita più forte tra i primi dieci poli, consolidando il terzo posto: +12,6%. Il polo di Mantova, quarto in classifica, registra una contrazione dell’export del 5,8%. Movimento significativo per Milano, che con un incremento del 4,5% sale di due posizioni. Vicenza conserva la sesta posizione con un valore dell’export sostanzialmente invariato rispetto al primo semestre 2025. Il dato più negativo della graduatoria è quello di Bergamo, che registra una contrazione dell’export del 19,5% e perde due posizioni. All’opposto, Reggio Emilia segna uno degli incrementi più rilevanti, con un +11,1%, e sale di una posizione. Terni cresce del 7,8% e mantiene l’ottavo posto. Chiude la top 10 Lecco, con un export in calo del 3%.Quanto a Taranto, sede del polo siderurgico di Acciaierie d’Italia, anche nel primo semestre 2026 è fuori dalla top 20. L’export è sceso dell’86,5%. Nel 2025, il valore era calato del 40,3% rispetto all’anno prima, fermandosi a 42 milioni di euro (erano stati 362 milioni nel 2022). Import: dai primi dieci poli 500 milioni di euro in menoIl quadro cambia sul fronte degli acquisti dall’estero. Nel primo semestre 2026 le importazioni dei primi dieci poli siderurgici sono diminuite del 9,2%, passando da 5,8 a 5,3 miliardi di euro: circa 500 milioni di euro in meno in un anno.A livello nazionale la contrazione è ancora più marcata: le importazioni di prodotti della siderurgia, tubi e altri prodotti della prima trasformazione dell’acciaio diminuiscono del 13% in valore e del 15,9% in quantità.Particolarmente rilevante la diversa dinamica tra fornitori europei ed extra Ue. Le importazioni in quantità dai Paesi extra Ue diminuiscono del 22,5%, pari a circa 1,6 milioni di tonnellate, mentre quelle dai Paesi Ue calano del 2,1%. Nel quadro delineato dall’analisi dell’Ufficio Studi siderweb, la riduzione degli acquisti extra Ue è collegata anche all’entrata a regime del Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam).
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