Acciaio: previsti 28 milioni di tonnellate di nuova capacità nel Mediterraneo

Pubblicato il 03/07/2025
Acciaio: previsti 28 milioni di tonnellate di nuova capacità nel Mediterraneo

Un'area con criticità ma con grandi possibilità di crescita. Questo il quadro emerso al convegno "Acciaio europeo: il Mediterraneo torna protagonista", organizzato da siderweb in collaborazione con Sideralba
 
Il Mediterraneo si conferma crocevia di investimenti e sviluppo per il comparto siderurgico: 16 Paesi produttori primari di acciaio e un output che nel 2024 è stato pari a poco più di 100 milioni di tonnellate, superiore a quello degli Stati Uniti. Il ruolo centrale dell’area viene confermato dal numero degli investimenti annunciati che renderanno il Mediterraneo teatro di un grosso processo di sviluppo e di rinnovamento della propria siderurgia. 

Negli Stati dell'area ci sono una quarantina di impianti che si affacciano direttamente sul mar Mediterraneo, con una capacità produttiva complessiva di poco superiore ai 90 milioni di tonnellate. «Uno dei dati più interessanti – ha rilevato Stefano Ferrari (Responsabile dell’Ufficio Studi di siderweb) – è relativo al numero degli investimenti annunciati: sono in corso di progettazione o realizzazione sei impianti greenfield e sei impianti brownfield, per una capacità produttiva di circa 28 milioni di tonnellate». Per quanto riguarda il commercio estero di acciaio, il Mediterraneo è centrale per l'Italia, con il 20% dell'import tricolore che proviene da Paesi che si affacciano su questo mare ed il 27% dell'export che è destinato nei medesimi Stati. «Il Mediterraneo presenta alcuni evidenti elementi di criticità – ha concluso Ferrari –, legati all'eterogeneità politico-economica, alle incertezze geopolitiche e ai conflitti in corso. Di contro, la numerosità della popolazione, gli spazi di crescita economica presenti e la demografia di alcuni dei Paesi esaminati delineano forti possibilità di sviluppo futuro per l'acciaio e potrebbero contribuire anche alla crescita dell'acciaio "Made in Italy"».

Paolo Morandi (Ceo di siderweb) ha evidenziato la necessità di identificare le sfide e le opportunità per la siderurgia europea, sottolineando in questo senso la centralità del Mediterraneo per il futuro del settore in quanto area che «rappresenta da sempre un crocevia commerciale tra Europa, Africa e Asia».

In questa macroarea mediterranea sono necessari «progetti mirati per il ripristino e la creazione di capacità produttiva. Pertanto, investimenti come quelli avviati da Marcegaglia in Francia e da Metinvest a Piombino, oltre al rilancio e alla modernizzazione dell’ex Ilva di Taranto, sono esempi virtuosi dell’attenzione che la siderurgia sta dedicando al Mar Mediterraneo», ha sottolineato Luigi Rapullino, Ceo di Gruppo Rapullino e Sideralba. «Il comparto oggi sta fronteggiando l’incertezza derivante dalle guerre, dalla prossima entrata in vigore del Cbam, dai costi dell’energia tra i più elevati rispetto al resto d’Europa, dalla sovraccapacità globale. Sfide che chiedono agli imprenditori del settore di guardare con lungimiranza e di dimostrare, ancora una volta, quanto la siderurgia italiana sia in grado di adattarsi e innovare. Però, per continuare in questa direzione, serve la politica che, oltre che sulla produzione, deve ragionare anche sulla concorrenza a basso costo dei Paesi terzi e salvaguardare anche il settore della distribuzione e del commercio», conclude Rapullino.

Durante la tavola rotonda, Antonio Marcegaglia, presidente e Ceo di Marcegaglia Steel, ha dichiarato: «Considerando che i consumi, in Europa, ma anche in tutte le economie avanzate, sono strutturalmente in diminuzione, nel primo semestre di quest'anno la domanda non è stata certamente brillante, ma ha tenuto se guardiamo allo stesso periodo dell’anno scorso. Credo di poter dire che abbiamo anche una percezione più negativa rispetto alla realtà. Io non sono così pessimista: alla luce di una probabile normalizzazione del quadro geopolitico, dei dazi, nonché dell’impatto sulle importazioni derivante dalle quote di Salvaguardia e dalla Cbam, a partire dal quarto trimestre prevedo un recupero della domanda apparente e anche dei prezzi e, quindi, della marginalità. Questo recupero potrà consolidarsi nel 2026, anche grazie alla messa a terra dei progetti del Pnrr. Non dimentichiamo, infine, che il nostro Paese sta performando meglio di altri, a partire da Germania e Francia, e ha un tessuto imprenditoriale resiliente e capace di adattarsi direi quasi all’istante».

Riccardo Maria Monti, presidente di Gruppo Triboo, ha dichiarato l’interesse del Gruppo Jindal verso il siderurgico tarantino, in particolare «dopo la realizzazione del proprio progetto in Oman e dal bisogno del gruppo di avere un punto di sbocco per l’Italia, l’Europa e il Mediterraneo». Per la siderurgia italiana e l’area mediterranea sarà fondamentale «creare una filiera integrata che tenga conto di tutti gli attori presenti ed emergenti, come Libia, Turchia, Egitto e la nuova Siria. Il mar Mediterraneo rappresenta il futuro della nuova filiera globale dell’acciaio, caratterizzata da catene del valore più corte rispetto al passato, e l’Italia sarà centrale per la sua straordinaria capacità di competere». Questi fattori – ha concluso Monti – «spiegano il grande interesse di Jindal, anche se adesso c’è una altro attore prioritario nella trattativa».

Roberto Re, Ceo degli asset produttivi di Metinvest in Italia, ha evidenziato la centralità di Piombino nel panorama degli investimenti del Mediterraneo. Re ha dichiarato: «L'idea di investire in un impianto di produzione di coils nasce nel 2018, ma ha subito un'accelerazione in seguito all’aggressione russa e alla distruzione della capacità produttiva del gruppo. Metinvest si è trovata nella condizione di dover investire e di riprendersi quei mercati nel quale eravamo attori protagonisti». Perciò, per la sua posizione e «la sua storia siderurgica, la decisione di investire in Italia è stata naturale, in particolare in una zona con un know-how di un certo livello come Piombino», ha continuato Re. Il progetto si trova dunque «in una fase avanzata, è già stato ingegnerizzato e il 23 maggio scorso abbiamo raggiunto l’accordo di programma con le istituzioni. Questo ci permetterà di potare a termine un investimento da circa 2,5 miliardi di euro che sarà in grado di produrre attorno ai 2,7 milioni di tonnellate di coils a caldo, con l'obiettivo di avviare la prima produzione a fine del 2028». Il mercato di riferimento della nuova acciaieria sarà pertanto «quello italiano e quello del bacino del Mediterraneo, accelerando un progetto che utilizzerà rottami ferrosi e Dri e sarà anche predisposto all’utilizzo dell’idrogeno green».

Giancarlo Quaranta, commissario di Acciaierie d’Italia in A.S., ha sottolineato come il punto di svolta per il futuro siderurgico tarantino sia l’accordo di programma. «In questa fase – ha detto – non è possibile entrare nel merito della trattativa di vendita per motivi di riservatezza, ma una delle condizioni indicate da tutti i partecipanti al bando di gara è il rilascio dell’AIA, rispetto al quale l’accordo di programma è propedeutico. La decarbonizzazione del sito ha assunto un ruolo determinante e condiviso da tutti i soggetti coinvolti. Si è consapevoli che una transizione ecologica così radicale richiederà il tempo necessario all’approvvigionamento e all’installazione delle necessarie unità produttive, che gradualmente porteranno alla fermata degli impianti attuali. Parallelamente sarà indispensabile ricorrere al riassetto della politica di approvvigionamento energetico e delle materie prime essenziali al nuovo processo produttivo, sostituendo il minerale di ferro col DRI».

Per maggiori informazioni: Siderweb

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Export di acciaio in frenata anche nel 2025

Le esportazioni in discesa per il terzo anno consecutivo. L’analisi dell’Ufficio Studi siderweb L’export italiano di acciaio (prodotti della siderurgia, tubi e altri prodotti della prima trasformazione) si è confermato in discesa anche nel 2025. Lo scorso anno le esportazioni siderurgiche sono infatti scese in valore del 5,7% rispetto al 2024, passando da 20,9 miliardi di euro a 19,7 miliardi di euro. Questo quanto emerso dai dati pubblicati da Istat e rielaborati dall’Ufficio Studi siderweb.Risultati, causati da un progressivo calo sia delle quotazioni che delle quantità vendute, che registrano quindi la terza frenata consecutiva dopo il biennio di crescita 2021-2022 (chiuso con un +51,7% e +23,8%).L’export è calato della stessa misura dell’import, che ha perso anch’esso il -5,7% (21,1 miliardi di euro). L’Italia si è quindi confermata importatrice netta per circa 1,4 miliardi di euro.Guardando ai dati per provincia, si rileva che le prime 20 province dell’acciaio nazionali hanno esportato acciaio per 16,3 miliardi di euro, con una contrazione del 5,1% rispetto ai 17,2 miliardi di euro del 2024. Si conferma la predominanza dei distretti lombardi nella Top 10, consolidando la geografia dei poli produttivi dell’acciaio italiani che si è venuta a creare dopo la crisi del 2008-2009.Variazioni più alte della media sono state registrate dai poli di Genova (+8,3%), salita al 18esimo posto; Ravenna (+7,7%), salita in 11esima posizione; Verona (+5,5%), scesa di un gradino a 12esimo posto; Brescia (+2,0%), stabile al vertice.Le province che hanno mostrato le performance negative significativamente più alte sono state quelle di Mantova (-14,9%), che ha perso una posizione e si è classificata quarta; Milano (-12,8%), stabile al sesto posto; Lecco (-12,1%), arretrato in nona posizione; Aosta (-11,8%), confermatasi 13esima.Nella top 3 c’è stato dunque un avvicendamento rispetto al 2024: al primo posto si è confermata ancora la provincia di Brescia, seguita da Udine e Cremona. Brescia ha venduto fuori dall’Italia acciaio per 1,9 miliardi di euro, in crescita del 2% rispetto al 2024. A sostenere il parziale recupero del polo bresciano, dopo i cali dello scorso anno, sono state le performance positive di tutte e tre le categorie delle esportazioni: prodotti della siderurgia (+0,5%), tubi (+7,4%) e altri prodotti della prima trasformazione dell’acciaio (+4%).Al secondo posto c’è Udine, con un valore di 1,8 miliardi di euro, in frenata del 4,7%. Un risultato che ha portato la provincia friulana ad aumentare la sua distanza rispetto a Brescia, con la differenza tra le due aree passata da circa 3 milioni a 127 milioni di euro. I cali sono derivati dalla contrazione delle spedizioni dei prodotti della siderurgia (-4,3%) e agli altri prodotti della prima trasformazione dell’acciaio (-8,2%).La provincia di Cremona, infine, ha guadagnato una posizione rispetto al 2024 (superando Mantova) e ha registrato esportazioni per un valore di 1,5 miliardi di euro, con una diminuzione del 2,8% annuo. In particolare, il polo cremonese ha evidenziato un aumento delle vendite di prodotti della siderurgia (+3,2%), che ha attenuato il calo di oltre l’8% delle esportazioni di tubi.Taranto (sede di Acciaierie d’Italia) per il secondo anno consecutivo è rimasta fuori dalla Top 20. Il suo export in valore è passato dai 362 milioni di euro del 2022, ai 281 milioni del 2023, ai 70,4 milioni di euro del 2024 (-75%) fino ai 42,0 milioni del 2025, con un crollo del 40,3% rispetto all’anno precedente.Terni (sede di Arvedi Ast) ha guadagnato una posizione grazie alla diminuzione delle esportazioni (-7,3%) inferiore a quella del polo di Lecco (-12,1%). Le esportazioni di prodotti della siderurgia sono diminuite del 7,8% e quelle di tubi del 20,8%, mentre le vendite di altri prodotti della prima trasformazione dell’acciaio sono aumentate del 19,7%.Livorno (dove a Piombino opera JSW Steel Italy), ha abbandonato la 23esima posizione del 2024 ed è tornata in Top 20, posizionandosi 19esima. Nel 2025 il valore dell’export del polo livornese è stato di 188 milioni di euro, in calo del 4,6% a causa delle frenate dei prodotti della siderurgia e delle vendite all’estero di tubi.

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